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Shutter Island

Sogno e veglia, follia o normalità, ombre o nitide figure illuminate da lampi accecanti. Un’isola come metafora della chiusura, di quella tendenza innata all’omologamento, alla tirannia e a tutti i principi e le virtù inneggiati dai peggiori regimi totalitari.

E come accadeva all’Enrico IV pirandelliano, ciò che viene imposto come reale tra quattro mura invalicabili, si può forse percepire come norma e accettare inconsciamente come verità imposta. E a Shutter Island, l’isola della paura, patologie psichiche, lavaggi del cervello e manipolazione danzano indisturbate, in bilico, sul labile confine tra immaginazione e concretezza.

1954. L’agente federale Teddy Daniels, ex militare in servizio durante la seconda guerra mondiale, e il suo partner Chuck vengono mandati all’isola Shutter Island presso l’istituto per la cura di criminali psicopatici Ashecliffe Hospital, dove una paziente, Rachel Solando, sarebbe misteriosamente fuggita. Il soggiorno si rivela più lungo del previsto e il vero scopo della missione di Teddy diviene sempre più misterioso. Il fantasma della moglie deceduta in un incendio lo tormenta, assieme al sospetto sempre più plausibile che in quell’isola si facciano esperimenti sui pazienti.

Dopo The Departed, Scorsese riprova a cimentarsi in un thriller, questa volta più psicologico e con qualche sfumatura gotica – ispirandosi probabilmente allo stile di registi come Fritz Lang – in parte sradicata da flash back della vita passata del protagonista e sogni dalle caratteristiche cromatiche in netto contrasto con tutto il resto, dove la telecamera si acquieta e lascia spazio a un maggior numero di piani sequenza e inquadrature fisse.

Per tutta la durata della pellicola, si respira una sorta di mancanza latente, una falla che si esplicita sul finale, dove tutta la tensione accumulata grazie ad un gioco continuo di campo e controcampo frenetici, sbalzi di buio pesto e luce abbagliante, si lascia cadere d’improvviso, adagiandosi su una successione di scene incapaci di riprodurre lo stesso vigore nel fatidico colpo di scena finale del romanzo di Dennis Lehane, da cui è tratto il film (L’isola della Paura, Edizioni Piemme).

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Difficile trasportare su una pellicola di due ore tutta l’intensità e il tormento psicologico suscitati dalle pagine del libro, ed estenuante dev’essere stata per Leonardo DiCaprio l’immedesimazione nel controverso ruolo dell’agente federale, testimone delle atrocità del nazismo in Europa, insidiato da ricordi angoscianti, incubi, visioni, emicranie e una spiccata dose di rancore represso. Allo stesso modo, l’interpretazione ottima di tutti gli attori, l’austerità suggestiva della musica, l’oscillazione costante tra immagini spettrali correnti e passate, e la realizzazione di un clima oppressivo, senza via di fuga, sono elementi spesso esasperati all’eccesso fino a creare confusione negli spettatori, nonostante siano frutto di un’esperienza registica da maestro indiscusso del cinema, in grado di penetrare fino al midollo delle strutture più sensibili e lasciare un’ impronta evidente anche con opere meno riuscite.

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